Attenzione ad insultare il vostro datore di lavoro su Facebook: cosa dice la legge

Si possono avere conseguenze se si arriva a insultare il datore di lavoro su Facebook? Attenzione alla leggerezza, la legge parla chiaro.

Avere un impiego soddisfacente è importante, non solo per avere un guadagno certo che possa permettere di avere stabilità anche per la propria famiglia, ma anche perché consente di sentirsi più sereni e realizzati. Purtroppo questo non si verifica sempre, ci sono tante situazioni in cui diventa necessario fare buon viso a cattivo gioco e restare in un ambiente che troppo spesso diventa malsano e che, in alcuni casi, può anche portare a passare le notti insonni a causa delle tensioni che si respirano.

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Ricevere una critica dal datore di lavoro non è mai piacevole – Foto | Arlex.it

Evitare che queste situazioni spiacevoli si ripercuotano sulla persona amata può essere difficile, visto che si può avere bisogno di avere una valvola di sfogo quando ci si sente ormai stremati, mentalmente e fisicamente. Arrivare a insultare il datore di lavoro su Facebook può avere però conseguenze spiacevoli o è consentito?

Insultare il datore di lavoro su Facebook è possibile?

I social network sono ormai diventati uno strumento utilizzato da tutti noi, indipendentemente dall’età, di cui appare difficile riuscire a fare a meno. Alcuni amano aggiornare con cadenza praticamente quotidiana il loro profilo, arrivando anche ad “avvisare” gli altri utenti sui propri spostamenti (cosa non del tutto sicura, in realtà, per chi teme di ricevere la visita dei ladri), altri invece accedono anche solo per passare un po’ di tempo e vedere quello che fanno i propri amici e conoscenze.

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Attenzione a usare Facebook come valvola di sfogo – Foto | Arlex.it

In alcuni casi può essere l’occasione anche per informarsi su quello che accade, oltre che per visualizzare pubblicità che possono essere ritenute interessanti dal proprietario del profilo. Usare questo strumento come valvola di sfogo può essere normale, come accade ad esempio al termine di una giornata faticosa in cui si sceglie di postare una o più frasi che comunicano questa sensazione, magari per ricevere conforto da chi conosciamo. E’ bene però prestare attenzione a quello che si scrive, alcuni potrebbero infatti essere tentati di insultare il proprio datore di lavoro su Facebook, specialmente se sono reduci da ore in cui non si sono sentiti minimamente apprezzati o hanno addirittura ricevuto una critica per quanto fatto in azienda.

Si tende a pensare che questo sia possibile perché non si sta parlando alla persona interessata, ma si arriva a considerare la piattaforma solo come qualcosa di personale. Ma è davvero così? I casi simili non sono pochi, proprio per questo la legge ha deciso di intervenire e di regolamentare questo modo di agire in maniera chiara. A livello normativo non ci sono grandi differenze tra chi è ancora dipendente e chi, non essendolo più, si sente libero di agire. Il rischio di subire una denuncia, anche se si è vittime di mobbing, può essere davvero concreto.

La legge parla chiaro

Non sono pochi gli imprenditori che desiderano sapere qualcosa di più dei propri dipendenti, anche in merito alla loro vita privata, e decidono così di verificare se abbiano un account sui social network. Alcuni addirittura lo fanno anche prima dell’assunzione, in modo tale da chiarire i dubbi se non sappiano se sia il caso di inserirlo nel team.Questo modo di agire può proseguire anche nel corso del tempo, specialmente se i rapporti non sono dei migliori, e si desidera verificare se qualcuno sia arrivato a insultare il datore di lavoro su Facebook. Troppo spesso le persone si sentono autorizzate a farlo pensando che il diretto interessato difficilmente ne possa venire a conoscenza.

La Cassazione non lascia però spazio ad alcuna incertezza. La sentenza n. 49506/2017 ha stabilito quanto questo comportamento sia da considerare un reato. Anche un solo commento sulla bacheca di un social network rende quel contenuto capillare, al punto tale da poter essere letto anche da migliaia di persone (compreso chi non conosciamo). Se quanto scritto è offensivo, è possibile così indire una causa per diffamazione (art. 595 c.p.), come se tali messaggi fossero diffusi a mezzo stampa. Secondo quanto stabilito dalla Suprema Corte, per integrare il reato basta che il soggetto sia individuabile da parte di un numero limitato di persone, anche se il nome non viene fatto in modo esplicito.

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