Alzheimer, basterebbe un solo farmaco da banco per ritardarlo? Lo studio che stupisce

Uno studio statunitense rivela che l’insorgenza del morbo di Alzheimer, sui soggetti predisposti, può essere rallentata da uno specifico farmaco.

Tipico dell’età avanzata, il morbo di Alzheimer è la forma più comune di demenza. Chiamato così in onore di Alois Alzheimer, neuropatologo e psichiatra tedesco che scoprì la patologia nel 1906, è una sindrome neurodegenerativa irreversibile, che porta alla morte del soggetto in 3-10 anni, a seconda soprattutto dell’anzianità di quest’ultimo.

Alzheimer studio un farmaco può ritardarlo
Uno studio evidenzia che uno specifico farmaco da banco può ritardare l’Alzheimer (arlex.it)

Il sintomo principale di questa malattia sono i deficit di memoria, che segnalano un processo di atrofizzazione del cervello. Pensate che nel mondo, ogni anno, si registrano circa 6-7 milioni di casi, e nel 2020 ne erano in totale circa 35 milioni. Sembrerebbe, però, che l’insorgenza di questa particolare forma di demenza possa essere rallentata da un comune farmaco da banco.

Quest’ipotesi la sostiene uno studio condotto dalla Washington University in St. Louis, negli Stati Uniti, che evidenzia appunto un’interazione tra questo farmaco e le proteine legate all’Alzheimer. Il farmaco in questione ne ridurrebbe i livelli per rallentarne o, addirittura, fermarne la progressione. Ma di quale specifico farmaco si tratta?

Questo farmaco può rallentare il processo degenerativo dell’Alzheimer

Il farmaco da banco in grado di fermare l’Alzheimer sembrerebbe il Suvorexant, un farmaco per l’insonnia approvato dalla Food and Drug Administration (FDA) statunitense. L’incremento della formazione delle placche amiloidi e della proteina tau, che sono entrambi segni della malattia, sarebbe causato infatti da una scarsa qualità del sonno.

Alzheimer studio un farmaco può ritardarlo
Quali sono i farmaci in grado di rallentare l’insorgenza del morbo di Alzheimer? (arlex.it)

Lo studio prevedeva di somministrare dosi diverse dello stesso sonnifero a volontari tra 45 e 65 anni, che non presentavano nessuna degenerazione cognitiva, e successivamente misurare i valori delle proteine amiloidi e tau presenti nel liquido cerebrospinale. Ebbene, i ricercatori evidenziano una diminuzione del 10-20% di proteina amiloide e del 15% di quella tau nei soggetti ai quali è stata somministrata una dose di 20 mg, mentre nessuna diminuzione per chi ne ha assunta una dose dimezzata.

Gli autori della ricerca, però, tendono ad andarci con i piedi di piombo e affermano che saranno necessari altri studi per poter dare un quadro più completo della questione. Invitano quindi i soggetti preoccupati per l’insorgenza della malattia a non assumere Suvorexant ogni notte finché non ci saranno ulteriori prove. Sicuramente, però, questo potrebbe essere un ottimo punto di partenza per condurre i prossimi studi e cercare una cura per la malattia.

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